La risonanza magnetica è senza dubbio uno degli esami diagnostici più completi in assoluto, probabilmente il migliore. Cosa vede? Tutto, in pratica.

Immagina di fare una foto al tuo ginocchio, di profilo, da destra a sinistra ed anche da sopra a sotto: la risonanza magnetica divide il tuo ginocchio in tante fette, in modo da poter vedere e mettere in evidenza diverse profondità in base a ciò che è il quesito diagnostico (il motivo per quale stai facendo l’esame). Quest’ultimo è di grande importanza per capire se è necessario o addirittura “dannoso” effettuare la risonanza magnetica, lo vedremo meglio più avanti.

n.b.: questo articolo è incentrato dal punto di vista ortopedico e muscolo-scheletrico. La risonanza magnetica, anche tramite mezzi di contrasto, è fondamentale nel diagnosticare le patologie mediche più gravi (tumori, infezioni, malattie neurologiche, ecc…). Qui stiamo parlando soprattutto dell’utilizzo di questo strumento in caso di infortuni e patologie di gravità relativamente minore e correlati direttamente all’apparato muscolo-scheletrico o dolori cronici (questo non significa che non possano essere invalidanti e/o molto dolorosi).

Cos’è e come funziona [in breve]

La risonanza magnetica, o meglio risonanza magnetica nucleare (RMN) è fondamentalmente un grande magnete. Tutto il corpo, o una parte, viene posizionato sotto il magnete, il quale lo immergerà in campo magnetico non pericoloso. A differenza della TAC, la risonanza magnetica non emette radiazioni e risulta meno impattante per il corpo.

Come detto prima, la risonanza magnetica vede il tuo corpo a livello tridimensionale fornendo tante immagini ordinate per profondità dell’interno. Per fare ciò sfrutta la risposta dei protoni all’interno delle tue cellule quando vengono sottoposti al campo magnetico ed alla radiofrequenza. Lo spostamento delle suddette particelle viene registrato dal macchinario, il quale è in grado di elaborare l’energia liberata in questo processo e fornite un immagine incredibilmente dettagliata dei tessuti sottostanti analizzati.

L’esame solitamente fornisce 3 tipologie di immagini: T1, T2 e STIR. Queste cosiddette pesature servono a mettere in evidenza in modo diverso alcune strutture corporee in base alla loro densità (quindi alla loro risposta al campo magnetico). Ciò è utilissimo in quanto in base a quello che sto cercando sceglierò di affidarmi di più ad una pesatura; la T2, ad esempio, riceve un alto segnale dalle strutture ricche di acqua e basso segnale dal grasso.

Esiste anche la risonanza magnetica nucleare tramite mezzo di contrasto, di solito a base di Gadolinio, il quale viene iniettato nel corpo per mettere in evidenza anche le problematiche minuziose degli organi interni. è utilizzato soprattutto per diagnosi oncologiche.

Andiamo a vedere quali sono le controindicazioni ma soprattutto quando l’esecuzione di una risonanza magnetica può diventare “dannosa”.

Effetti collaterali e controindicazioni

La risonanza magnetica non ha delle controindicazioni particolari verso gli stati di salute, anche perché sarebbe assurdo dato che serve per diagnosticare anche le malattie più gravi. Rimane comunque sconsigliata nel caso di gravidanza, un po’ come tutti gli altri esami strumentali.

La risonanza magnetica ha però delle condizioni molto serie in cui non va assolutamente effettuata o in cui vanno prese delle precauzione: la presenza di corpi metallici nel corpo. Pacemaker, protesi metalliche, clip ferro-magnetiche vascolari, frammenti metallici intraoculari. Questi ultimi potrebbero essere presenti inconsciamente negli occhi di quelle persone che hanno svolto particolari attività lavorative come metalmeccanici, fresatori, carrozzieri, ecc.

Il campo magnetico in cui si viene immersi determina un serio rischio per chi presenta delle componenti metalliche, le quali potrebbero muoversi creando anche gravi danni.

Abbiamo citato le controindicazioni più serie per l’effettuazione di una RMN. Esiste però un altro effetto collaterale meno conosciuto e sottovalutato in cui questo esame possa diventare addirittura dannoso, ed è anche il vero scopo di questo articolo portartene a conoscenza.

Veniamo al dunque.

In quale altro modo può essere dannosa? La Catastrofizzazione.

Un effetto indesiderato e subdolo che potrebbe (succede spesso, a dirla tutta) verificarsi nell’utilizzo improprio di un esame diagnostico come la risonanza magnetica è la catastrofizzazione.

Facciamo un esempio:

Sei una donna di 50 anni, da 1 mese il ginocchio inizia a farti male. Il dolore persiste, anzi aumenta al posto di diminuire, e si accentua quando scendi dalle scale o quando ti accovacci. Vai dal tuo medico, il quale ti prescrive una risonanza magnetica. Risultati: una spatafiata di paroloni di ardua comprensione ed in più si evidenzia una lesione al menisco mediale e una degenerazione della cartilagine.

Oddio. Il mio ginocchio è finito.

Gli esempi potrebbero essere i più disparati, magari a partire da un dolore alla zona lombare oppure una spalla che scricchiola (per capire come mai le nostre articolazioni scricchiolano ti rimando a quest’altro articolo). Ecco in soldoni cos’è la catastrofizzazione.

“Ma a tutti gli effetti c’è un danno!” potresti pensare. Sì, ma questo danno potrebbe non essere il responsabile del tuo dolore e soprattutto questo “danno” è molto probabile che faccia parte di una normale usura delle tue strutture corporee.

Il problema è che nel momento in cui leggi quelle notizie nefaste sul referto della tua risonanza è probabile che si infilino bene in testa, e sarà difficile a volte togliersele, nonostante non siano magari nulla di preoccupante e/o che centrino qualcosa col tuo dolore.

Alcuni dati che DEVI conoscere

una mappa corporea che cita studi su persone senza sintomi esaminate tramite risonanza.

Non fidarti di me, ma piuttosto della più che mai piacevole moda che ultimamente produce studi su studi che effettuano esami diagnostici tra persone con e senza dolore. Citerò alcuni risultati che ti farà piacere sapere (oppure no?) da alcune pubblicazioni ben condotte e con un discreto numero di soggetti esaminati.

Accenni sulle Ginocchia

Su 115 persone di età variegata e senza dolore è stato visto che:

  • il 30% delle ginocchia presentava fratture ai menischi.
  • il 62% aveva anormalità cartilaginee di cui il 41% erano anche piuttosto severe.
  • il 52% presentava edema dei capi ossei.
  • 46% delle ginocchia aveva problemi tendinee di cui il 27% di entità moderata/severa.
  • il 38% aveva anormalità ai legamenti, di cui il 3% moderate e nessuna con rotture complete (quelle di solito danno dolore, almeno per un po’).

E ripeto, tutti questi soggetti non avevano nessun dolore.

Qualcosa sulla Spalla

123 persone con dolore ad una sola spalla, ma senza dolore al collo o storie traumatiche riguardanti l’articolazione della spalla in generale, sono state esaminate tramite risonanza magnetica ed i risultati sono stati valutati sia da radiologi sia da chirurghi ortopedici: le anormalità in entrambe le spalle sono state estremamente comuni. Più di 3 quarti delle spalle mostravano tendinopatie della cuffia dei rotatori e alterazione dell’articolazione acromion-claveare (tra clavicola e scapola). Le spalle dolenti hanno mostrato solo il 10% in più di lesioni al tendine del sovraspinato e artrosi dell’articolazione tra omero e scapola.

In conclusione

Abbiamo visto che bisogna stare molto attenti nel considerare un’immagine o un’alterazione strutturale come la vera causa assoluta del tuo dolore e della tua problematica. Potrebbe centrare, come non potrebbe.

All’inizio dell’articolo ho citato il quesito clinico, promettendo di ritornarci. Quest’ultimo è vero protagonista di ogni esaminazione.

Gli esami diagnostici non vanno effettuati a priori soltanto perché si presenta dolore in una zona, in quanto è altamente probabile (se non certo) che troveremo sempre qualcosa che non va. Soprattutto in una risonanza, che “vede” estremamente bene e porta a galla qualunque anormalità. Il rischio? Catastrofizzare e nel peggiore dei casi considerare spacciato quel segmento del nostro corpo.

Il quesito clinico o dubbio clinico significa esaminare attentamente la situazione e rimandare a valutazione tramite esami se effettivamente c’è un dubbio.

La prassi ideale prevede un’esaustiva anamnesi ed intervista iniziale, dove il professionista fa chiarezza soprattutto sul formarsi di questa problematica. Seguono dei test per provare ad includere o ad escludere eventuali lesioni. Nel caso di noi fisioterapisti, quando il danno non è grave ed evidente ma comunque è presente, a volte è necessario un periodo di prova (solitamente breve) con una terapia conservativa – se non dovesse funzionare allora rimandiamo dal medico per escludere tramite degli esami delle problematiche più strutturali.

Mi raccomando, affidati a dei professionisti e non…catastrofizzare!

Riferimenti

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21440460/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31279721/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23190941/

https://www.researchgate.net/publication/301301035_The_Prevalence_of_Meniscal_Pathology_in_Asymptomatic_Athletes

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27497789/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32060622/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29886437/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26080045/

www.jevnehelse.no

Antongiulio Vernacchio

Fisioterapista, fondatore di Fisioditestesso.com

 

Idrokinesiterapista, operatore certificato Rieducazione Posturale Globale, operatore certificato in Strain Counterstrain – tecnica Jones.

Personal trainer, certificazione TRX.

Da sempre appassionato di movimento a corpo libero, in tutte le sue forme, cercando il divertimento.

Seguo persone di ogni età e con le più svariate patologie cercando di accompagnarle ad una miglior comprensione della propria condizione, del proprio dolore, e per dargli gli strumenti giusti per cambiare in meglio.

Contatti: [email protected]

di più sull’autore